Belle le nigelle!

Le nigelle sono passate dalla fase “fiore” alla fase “capsule”. Dopo due settimane di abbondante fioritura eccole trasformate, ma sempre bellissime.

Questa pianta è davvero super.  Bellissima in giardino, ottima come fiore reciso per la sua durata e la lunghezza degli steli, le capsule sono anch’esse molto decorative e si prestano ad essere seccate… ed è anche una pianta officinale. Ah, è anche facile da coltivare: le piccole piantine hanno superato senza danni le gelate primaverili, poi sono cresciute in un periodo siccitoso ricevendo pochissima acqua…e sono venute bellissime! Insomma…ce le ha proprio tutte e mi stupisco di non vederne nei giardini nei dintorni.

La Nigella damascena è una pianta annuale, alta circa 80 centimetri, con un bel fogliame piumoso. Si può seminare direttamente in aiuola in aprile. Mi chiedo se più semine scalari possano prolungare la presenza dei suoi meravigliosi fiori. Semplici o doppi, si trovano varietà di diversi colori: dal bianco, al rosa, all’azzurro. Facile la propagazione: per semina, raccogliendo i semi contenuti nelle capsule giunti a maturazione o lasciando che si risemini spontaneamente.

Vecchio rubinetto in acciao inox con: Nigella damascena, qualche foglia di Ruta graveolens e foglie di asparagi.

Era da un po’ che volevo utilizzare questi vecchi rubinetti trovati in soffitta. A casa sono stati tutti sostituiti da comodi miscelatori. E allora perché non trasformali in contenitori per piccole composizioni floreali?

Non solo cesti

La prima volta che ho intrecciato un classico cesto con le mie mani mi sembrava un miracolo. Non potevo desidare altro! Poi ho iniziato a guardarmi intorno…e si apre un mondo di forme, oggetti e tecniche da provare….

Intreccio in salice con fiori di malva (la Malva sylvestris ssp. mauritanica del Pflegerhof), profumatissimi rametti di salvia sclarea e qualche foglia di melissa.

Alcune tecniche permettono di realizzare affascinanti forme organiche, e sono anche molto semplici da eseguire, come le spirali che ruotano nel vento…

Altre richiedono qualche sforzo in più, e la prima volta non è facile realizzare quello che si aveva in mente…doveva diventare un paniere e ne è uscito un…un lampadario?

intreccio salice 06

E intanto il mondo intorno (casa, orto, balcone …) si popola di strani oggetti dal sapore medioevale…

Porta-pluviometro (o meglio…nascondi-pluviometro)

 

 

Rosa Pierre de Ronsard e bouquets

La rosa Pierre de Ronsard è considerata una delle più belle al mondo. É una rampicante ibridata da Meilland e messa in commercio nel 1985. Ci sono affezionata perchè mi ricorda il periodo in cui l’ho comprata. Eravamo in visita ad un noto vivaio specializzato in succulente, da cui sono usita tutta soddisfatta con una rosa, la rosa del salame! Beh…sempre una pianta con le spine, no? Forse a qualcuno verrà in mente di aver sentito raccontare la storia del salame… Fra le tante rose che mi giravano per la testa mi era rimasta impressa questa, protagonista di un aneddoto divertente, e di cui avevo fissato le caratteristiche: vigorosa, facile da coltivare, fiore antico.

Messa a dimora a inizio primavera del 2014, dopo due anni aveva già raggiunto due metri di altezza e un’abbondante fioritura primaverile. I boccioli sono molto eleganti e si aprono in fiori pieni di petali e mai dello stesso colore, alcuni più scuri, altri quasi bianchi (quelli che arrivano dopo)…quando passo di lì, non smetterei mai di guardarli.

Ho iniziato ad usare queste rose in piccoli bouquets. Qui insieme a infiorescenze ancora in bocciolo di Spirea japonica e sambuco, e con qualche rametto di cotoneaster.

Il sambuco (Sambucus nigra),…mi ero pentita di aver piantato in quell’angolo proprio un sambuco, considerando che i boschi vicini ne sono pieni…mi sarebbe piaciuto il profumo invernale di un calicanto. Ma ormai era cresciuto e mi dispiaceva toglierlo. Poi ho iniziato ad apprezzarlo. Nei paesi di cultura germanica viene considerato pianta protettrice della casa e degli spazi coltivati, e poi ha un sacco di usi come pianta officinale. Certo, la crescita è piuttosto disordinata e purtroppo in autunno  si spoglia ben presto.

La Spirea japonica (Spirea x bumalda “Goldflame”) sul bordo dell’orto iperordinato di mio padre, invaso dalle calendule introdotte da qualcuno a caso.. (l’anno scorso erano rispuntate anche tagete e cosmee…bisogna provvedere).

Versione con infiorescenze in bocciolo di hydrangea e bocciolo di peonia.

 

Intreccio tra passato e futuro

L’interesse per gli intrecci mi ha portato al Castello di Montorio (Verona) al PRIMO SIMPOSIO NAZIONALE DEI CESTAI ITALIANI, il 25 aprile 2017.

Nel convegno mattutino abbiamo ascoltato vari interventi intorno al tema dell’intreccio, come attività del passato, del presente e del futuro.

Lascio qui qualche appunto e alcuni  spunti di riflessione:

  • I manufatti effimeri del passato sono destinati a scomparire, la storia e la cultura in essi depositate possono essere “conservate” attraverso la trasmissione dei saperi, delle tecniche e dell’arte di generazione in generazione, più che attraverso la “musealizzazione” degli oggetti.
  • Oggi la pratica dell’intreccio viene riscoperta e rivalutata. In un’epoca in cui le nuove generazioni hanno sempre meno occasioni di usare le mani, l’attività dell’intreccio aiuta a sviluppare la pazienza e la manualità fine; porta ad una comprensione del valore del lavoro, della fatica e della soddisfazione del fare; permette di esprimersi in modo creativo.
  • Nel passato le fibre vegetali erano usate per produrre un gran numero di oggetti di uso quotidiana. Poi arrivarono nuovi materiali. Per un futuro più sostenibile possiamo tornare a scegliere materiali “ecologici”?
  • I cesti in vimini, o altri intrecci di materiali naturali, sono prodotti sostenibili? Dipende. Lo sono se il materiale usato è stato ottenuto in modo naturale, senza uso di diserbanti e pesticidi e se vengono realizzati senza sfruttamento dei lavoratori. Conoscere il produttore, sapere come lavora e con quali materiali è fondamentale per fare scelte consapevoli e sostenibili.
  • Chi sono gli intrecciatori in Italia al giorno d’oggi? Persone di ogni età. Non solo anziani che portano avanti un’attività imparata in famiglia, ma anche giovani e meno giovani che si sono avvicinati per curiosità, interesse verso forme d’arte come la tessitura e l’intreccio, interesse per il mondo dell’autoproduzione o l’incontro con altri intrecciatori. Sono legati a tecniche e forme tradizionali, ma anche aperti alla sperimentazione, con uno sguardo al resto d’Europa e del mondo.

Con un invito ad acquistare cesti a km zero o imparare a realizzarveli, vi saluto e vado a mettere in bagna un po’ di salici (…che ho tanto da imparare ancora)!

LINKS

Evento organizzato dall’associazione  Amici Ecomuseo Preafita (per gli atti del convegno contattare l’associazione).

Cestai, materiali, libri, ecc. sul sito www.cesteriainitalia.it

 

Nuova Zelanda, South Island – parte 2 – non solo felci

Paesaggi neozelandesi…

Percorrendo la strada che da Christchurch conduce all’Arthur Pass si giunge in un’ampia vallata fra le montagne, caratterizzata da dolci colline cosparse di rocce calcaree: i boulders di Castle Hill.

Kura Tawhiti reserve, Castle Hill.

Lasciando alle spalle l’Arthur Pass e scendendo per una valle più stretta, ci si allontana dalle montagne più alte e si prosegue attraverso zone di pascoli e  foreste, passando da una vallata all’altra, fino a imboccare quella coltivata a frutteti che conduce a Motueka. A pochi chilometri da Motueka si estende l’Abel Tasman National Park.

Stilwell bay, una della tante baie che si incontrano percorrendo l’Abel Tasman Coast Track, sentiero di 51 km lungo la costa.

La West Coast è bagnata dal Mar di Tasmania. Nella zona di Punakaiki, nel Paparoa National Park il mare rosicchia le rocce calcaree creando conformazioni fantastiche.

Spiaggia di Punakaiki.

Le Pancakes Rock.

La zona limitrofa al mare è caratterizzata dai Phormium, che contornano anche le cime delle rocce erose. Percorrendo il Truman Track, o direttamente dal Nikau Retreat, si arriva in pochi minuti in una piccola spiaggia.

Il Nikau Retreat prende il nome dalla palma Nīkau (Rhopalostylis sapida), l’unica palma endemica della Nuova Zelanda. Formato da diversi padiglioni immersi in una foresta di palme e felci arboree, questo ostello – molto curato in tutti i dettagli – è il luogo ideale dove fermarsi e rilassarsi.

Oltre alla palma Nikau nella foresta pluviale del Paparoa National Park spuntano qua e là le chiome fiorite in rosso dei rata (Metrosideros umbellata), alberi endemici alti fino a 15 metri.

Scendendo lungo la West Coast il clima si fa più rigido, i ghiacciai arrivano a poche centinaia di metri dal mare. Immersi nelle nubi attraversiamo di nuovo le Alpi e costeggiamo i grandi laghi della zona di Queenstown e Wanaka.

A Te Anau arriviamo sotto la pioggia, ma al mattino torna il sole! E’ il primo giorno del 2017. Incoraggiati dall’arcobaleno ci incamminiamo sul Kepler Track.

Lago Te Anau ed  io abracciando un rimu (Dacrydium cupressinum), endemico.

In Nuova Zelanda la lotta alle piante infestanti (weeds) che minacciano la flora autoctona è agguerrita. Il Dipartimento di Conservazione sollecita a diventare Weedbusters. I volontari dispongono di una lista online che comprende centinaia di piante da sterminare per preservare quelle native. Sono spesso specie ornamentali importate e fuggite dai giardini. Fra queste anche i lupini che ricoprono intere zone regalandoci bei paesaggi colorati.

Io osservo la vita nella sua dinamica. Col suo normale tasso di amoralità. Non giudico, ma prendo le parti di quelle energie suscettibili di inventare situazioni nuove” Gilles Clement in Elogio delle vagabonde.

Lupini nella zona di Cardrona e sulla via per il Milford Sound.

Milford Sound, uno dei posti più piovosi del mondo… (6813mm, 182 giorni all’anno) e Digitalis purpurea (weed!) ai piedi delle alte pareti a picco lungo la valle che porta al fiordo.

L’East Coast sull’Oceano Pacifico è caratterizzata prevalentemente da zone collinari di pascoli spazzati dal vento e ampie baie popolate da delfini e, nella parte più a sud, pinguini e leoni marini. Ad eccezione della foresta pluviale dei Catlins.

New Haven bay, Owaka, Catlins.

A Moeraki tante piantine di aromi intorno al ristorantino Fleurs Place e vecchie ceste da pesca.

Moeraki boulders.

Spiaggia nei pressi di Moeraki.

Dalla pianura antropizzata dove sorge la città di Christchurch si ritorna nella natura fra le colline e i fiordi della Bansk Peninsula.

Da un pascolo sulla Banks Peninsula sopra il villaggio di Akaroa.

Cottage gardens ad Akaroa. Malvoni, glicine, rose, acanti, papaveri, agapanti…

Water garden nel Giardino Botanico di Christchurch.

Sedie d’altri tempi ad Oamaru e copertine della nonna per scaldarsi nelle fresche serate estive.

vedi anche: Nuova Zelanda, South Island – parte 1 – nel paese delle felci